Confraternita dei Querna  ·  Rango Gurth

Il mio volto
è la mia forza

Ultima lettera di Narkmeral alla sorella Aeryth, affidata a Kenku, sua Memoria.

Senza Volto 1480 missioni Cangiante
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«Caro Kenku ti lascio queste mie memorie, come il nostro leader vuole. Ti chiedo nel rispetto del nostro patto di consegnare il contenuto di questa busta alla mia famiglia.»

Con affetto — Narkmeral

Capitolo I

L'infanzia

I primi ricordi della mia infanzia risalgono ai 4 anni. Già allora ero un bambino diverso rispetto agli altri. A volte faccio dei sogni di quel periodo, li definirei come incubi: vagavo da solo nella foresta nei pressi della mia città natale. Un bambino di 5 anni abbandonato a se stesso, mi sentivo solo e spesso piangevo guardando quelle creature così felici che abitavano quel villaggio.

Tra di loro ero affascinato da una coppia. Vivevano in una casa alla periferia del villaggio, erano persone riservate. Origliando le loro conversazioni capii che stavano cercando disperatamente un figlio, e io una famiglia. Presi dunque coraggio e bussai alla loro porta.

Mi venne ad aprire una Eladrin, i segni dell'età sul suo volto erano presenti, ma non ne pregiudicavano la bellezza. Dietro di lei, in piedi con presenza imponente, si destava il marito. Su di lui non sono riuscito a raccogliere molte informazioni: è schivo e non parla molto con gli altri uomini del villaggio.

Il cuore cominciò a battere all'impazzata, ero agitato. Quella donna, accucciandosi, mi pose una mano sul viso e disse con parole dolci «Ciao bel bambino, ti sei perso». Io scoppiai in lacrime, iniziai a balbettare senza riuscire a dire nulla, poi di colpo venni sollevato, riaprendo gli occhi ancora inondati dalle lacrime, e con la vista un po' appannata, di fronte a me il volto dell'uomo.

Mi portarono in casa, mi diedero da mangiare latte e biscotti, e io raccontai loro che vivevo da solo, che ero stato abbandonato e che ero sopravvissuto nella foresta. Lì non c'erano cose buone come quello che stavo mangiando adesso. La casa era accogliente, non vi erano oggetti sfarzosi in vista; il crepitio di un fuoco rendeva l'ambiente calmo e sereno. Mi addormentai sul tavolo dopo aver finito di mangiare.

Delle voci al piano di sotto mi fecero svegliare; mi ci volle qualche minuto per capire dove fossi, poi silenziosamente mi avvicinai alle scale. Riuscii a distinguere almeno 3 voci maschili. Parlavano di me, si chiedevano come fosse possibile che un bambino della loro razza fosse stato abbandonato. Scendendo le scale vidi il mio riflesso nello specchio di fronte a me: ero cambiato. I lineamenti del mio volto, i miei capelli — non ero più io, e urlai per lo spavento.

Le due persone che mi avevano accolto decisero di farmi restare nella loro casa. Gli anni trascorsero, e fu sempre più evidente la mia differenza con tutti gli altri. Secondo diversi chierici da cui mi hanno portato, la mia condizione era dovuta a una maledizione. Non sapevo fare tutte le cose che sapevano fare gli altri: non riuscivo a teletrasportarmi, non ero in grado di vedere al buio, ma soprattutto ero un pigrone — come si ostinava a dire mio padre — perché dormivo molto più degli altri.

Venivo spesso deriso dai miei compagni di classe, e questo fece suscitare in me una rabbia interiore che esternai in una forma d'estate: i miei capelli puntavano il cielo, diventati di colore biondo con sfumature rosse.

Al quinto anno un miracolo pervase la nostra famiglia. Madre e padre ebbero una bambina. Ero così contento di vederla, era microscopica e pensavo si potesse rompere in qualsiasi momento se l'avessi toccata con forza. Questo evento cambiò radicalmente gli equilibri della famiglia: Aeryth rubò l'affetto e le attenzioni di madre e padre. Venivo spesso rimproverato se lei si faceva male, perché era il loro «miracolo». Non potevo invitarla a giocare con me, e quando eravamo fuori casa dovevo stare attento che lei stesse bene — era una bambola in una teca di vetro.

Mi annoiavo e iniziai a fare dei dispetti per ottenere la loro attenzione. Le marachelle che combinavo diventavano via via sempre più gravi: ricordo che una volta rubai un arco da un mercante. Venni inseguito e, vista la velocità delle guardie, buttai tutto a terra per cercare di scappare. Quando venni catturato e portato dal venditore, egli non fu in grado di riconoscermi — tuttavia i miei vestiti mi fecero incolpare lo stesso.

In quel periodo fui definitivamente abbandonato. Al compimento del quinto anno di mia sorella, venni mandato via.

Capitolo II

Il viaggio

Venni accompagnato da una piccola carovana fino ai confini con il territorio dei nani. Lì mi stavano aspettando i miei nuovi genitori. Ricordo molto nitidamente le discussioni notturne tra padre e madre: li avevo delusi, non ero stato in grado di essere all'altezza della loro gentilezza. Da quello che avevano detto, un cugino si era trasferito a nord per cercare fortuna, o forse per scappare dal giudizio degli altri. Per quanto io fossi sempre cresciuto in un mondo senza pregiudizi terreni, diverso era per quelli magici.

Ci volle una settimana per raggiungere la mia nuova dimora. Ricordo la puzza di coloro che viaggiavano con me, stipati come bestie in un fienile. I miei ricordi tornavano spesso a prima del mio incontro con madre e padre.

Giunsi infine a quel luogo. Sceso dal mio mezzo di trasporto, vidi una figura distinguersi tra le altre: un membro della mia stessa razza, in piedi in mezzo alla folla, che si guardava intorno con fare preoccupato. Mi avvicinai con il capo chino, chiedendo se lui fosse il cugino di padre.

Il suo vestiario era logoro, la puzza che avevo sentito durante il viaggio era nulla in confronto all'olezzo che emanava quell'uomo. Alzai lo sguardo e il mondo attorno a me perse i colori, mi sembrava tutto grigio, come se il mio cuore si fosse spento. Chissà se mia sorella starà bene, chissà se madre e padre mi vorranno ancora con loro.

L'uomo mi prese per un braccio ed iniziò a strattonarmi, mi tirò con passo svelto fino ad una dimora — un rudere, un miracolo che le mura si reggessero ancora in piedi. Non volevo entrare, non volevo stare con lui. La prima cena mise a dura prova il mio stomaco: una brodaglia di dubbio sapore, un pezzo di pane duro da cui uscivano degli insetti. L'uomo si ubriacò, e si concluse così il primo giorno nel mio inferno.

All'alba venni svegliato in malo modo. L'uomo, ancora barcollante, mi disse di vestirmi e mi portò in uno strano luogo. L'edificio, dalle fattezze simili ad un tempio, non aveva simboli sacri. Due statue cingevano l'ingresso, i volti privi di lineamenti. Quella a sinistra stringeva in una mano una bilancia — sui due piatti c'era scritto «Utilità» e «Ricchezza» — l'altra invece aveva un pugnale stretto tra le proprie mani, con la punta rivolta verso il cielo. Sulla lama c'era scritto: «Il mio volto è la mia forza.»

Venni condotto dal cugino di madre fino all'ingresso. Dinanzi al portone maestoso vi era un piccolo tavolo, con una figura incappucciata seduta. Sul tavolo delle carte, alcune monete e i resti dello scambio precedente. La figura, una volta giunti di fronte a lei, disse: «Dimmi che scambio vuoi fare e ti dirò la nostra valutazione». Il cugino di madre rispose con tono tremante: «Signore… io conduco questo giovane per la vendita… sarei onorato se lo poteste valutare».

La figura alzò il volto: aveva una maschera rotonda di colore bianco, due piccoli fori per gli occhi. Dopo avermi osservato bene disse: «3 monete d'argento per il ragazzino». Lo scambio era avvenuto. Ero appena stato venduto per 3 monete d'argento.

Venni condotto all'interno, fui lavato e nutrito. Tutte le figure presenti erano mascherate ed incappucciate. Fui portato in una grande sala circolare: al centro un patibolo, i muri ricoperti da maschere e statue prive di volto. Un uomo — o almeno credo, dalla voce — era in piedi al centro. La maschera di colore rosso e oro mi colpì subito.

Mi fecero avvicinare e lui, con voce severa, mi disse: «Viaggiatore della vita, viaggiatore delle speranze, lascia il tuo volto e unisciti alla confraternita: benvenuto tra i Querna». Due figure mi bloccarono, un dolore fortissimo al collo, e crollai a terra.

Capitolo III

La gilda

Non saprei dire per quanti giorni sono rimasto privo di conoscenza. Al mio risveglio ero bagnato di sudore, il dolore al collo era lancinante; mi toccai con frenesia per capire cosa fosse successo — ero stato bendato. La stanza era piccola e spoglia, priva di mobilio ad eccezione di un letto, un piccolo comodino con una lampada ad olio e un armadio.

La finestra, posta in alto nella stanza, dava sulla strada. Ero ad un piano interrato: dall'esterno era impossibile vedere all'interno dell'edificio, tuttavia permetteva di far passare abbastanza luce per potermi vedere attorno.

La porta robusta si spalancò: entrarono due uomini ed una donna. Il vestito dei due uomini era bianco, quello della donna di colore blu. Io ero terrorizzato, ma per la prima volta, nonostante tutto, vedevo i loro volti. Chiesi chi fossero; la donna sorrise e rispose: «Non è importante chi siamo, ma la maschera che indossiamo». Bagnò uno straccio in un secchio d'acqua che avevano portato e, con cura, iniziò a lavarmi. Le sue mani morbide erano delicate. Poi fece un miracolo: poggiando le mani sulla mia ferita, pronunciò alcune parole a me ignote e la mia ferita si rimarginò.

Si fece passare uno specchio e mi mostrò il marchio: l'incisione a fuoco raffigurava un teschio privo di occhi — una maschera della morte. Mi spiegò che ero entrato per sempre nel mondo delle ombre, nel mondo dei senza volto, che avrei dovuto contribuire alla causa per permettere l'equilibrio nel mondo. Non compresi molto bene quelle parole, ma alla fine ero sempre stato abbandonato, e speravo che per l'ultima volta avrei dovuto trovare il mio posto nel mondo.

Iniziai un percorso di studio con me altri 30 bambini: mi veniva insegnato come borseggiare, come pedinare, come fare da diversivo. Ci venne data una tunica color marrone, priva di maschera. I nostri compiti da iniziandi erano quelli di portare lettere, pedinare, origliare, fungere da diversivo per operazioni all'interno della nostra città o nelle cittadine limitrofe. Non ci era permesso viaggiare per più di una notte a piedi, non potevamo uscire senza autorizzazione.

Dei 30 bambini che cominciarono con me, dopo circa un anno ne erano rimasti 16: gli altri erano morti o dispersi. Le mie missioni, nel corso di questo tempo, diventavano sempre più complesse, ma per me risultavano sempre semplici da compiere. Tuttavia, forse per l'addestramento, forse per il luogo in cui mi trovavo, i miei capelli iniziarono a diventare bianchi.

Una mattina, ad un anno e mezzo circa dal mio arrivo, venimmo convocati dal sommo pretore nella sala dell'inizializzazione: avremmo dovuto rinnovare il voto di fedeltà al culto. Eravamo rimasti in 12. La cerimonia durò circa 30 minuti — o almeno così ho contato a mente. Ci vennero consegnate le tuniche di colore bianco e fummo divisi nei distaccamenti. Io fui assegnato alla sezione di infiltrazione e spionaggio.

Nei due anni successivi ne compresi meglio il funzionamento: il colore dei vestiti raffigurava sia la mansione che il grado all'interno della gilda. Il mio addestramento non era ancora finito, ma vista la mia estrema abilità divenni famoso all'interno della gilda. Una mattina venni convocato dal Wath: doveva parlarmi di una missione particolare.

Capitolo IV

Kenku

Prima di poter procedere con il mio racconto, devo spiegarvi meglio cosa sono i Gwador. La gilda era impegnata in diverse attività, sia di spionaggio sia di omicidio su commissione. I Gurth sono l'élite della gilda, coloro che portano la morte: sono estremamente rari da vedere al suo interno, la loro tunica ricorda l'oscurità che ti raggiunge dopo che sono passati loro. Per ogni Gwador, diventare Gurth è quasi impossibile, e per la maggior parte di loro rimane per sempre un sogno irraggiungibile. Per tutti — ma non per me.

Come dicevo, venni convocato dal Wath. Entrando nel suo ufficio notai subito, affianco al sommo, uno strano essere. Mi inchinai in segno reverenziale ed esclamai: «Il mio volto per la causa». L'essere affianco al Wath, un corvo troppo cresciuto, mi scrutava con quegli occhi piccoli, poi, senza l'autorizzazione, disse: «Kenku pensa che lui non è chi dice di essere. Kenku pensa che lui è cangiante». Cangiante? Chissà cosa fosse un cangiante.

Il Wath, sentite le parole di Kenku, disse: «Lui è Kenku, da adesso sarà la tua memoria, e tu sarai il suo Gurth». Proseguì il discorso spiegandomi il nuovo ruolo e mi consegnò la mia nuova divisa. Mi disse inoltre che Kenku, pur essendo goffo, mi sarebbe stato fondamentale per riuscire ad esprimere la mia vera natura. Io non ho bisogno di nessuna palla al piede, pensai. Non ho bisogno di nessuno.

Mi venne cambiata la camera: venni spostato in una delle stanze nei piani alti. La camera era doppia, e il secondo letto era di Kenku. Per me, Kenku è molto strano: quando parla di sé parla sempre in terza persona; tuttavia, alle prime domande, risultava estremamente preparato e pedante nel parlare.

Trascorse un anno. In questo tempo venni addestrato da Kenku, guidato sulla giusta strada. Finalmente ho capito cosa so fare, finalmente ho capito come usare la mia diversità. Durante questo addestramento, Kenku mi insegnò a mutare il mio aspetto, il mio carattere; mi insegnò ad apprendere velocemente i linguaggi di popoli a me sconosciuti.

Poi iniziai a compiere missioni: venimmo mandati a spiare, ad assassinare, a rubare informazioni riservate o creare caos in altri stati. Non ho mai saputo chi fossero i finanziatori della gilda, non ho mai saputo realmente per chi lavoro — ma alla fine è la mia famiglia. Chissà come starà mia sorella, chissà quanto sarà cresciuta: questo pensiero affiorava nella mia mente quando avevo tempo libero.

Non voglio metterti a conoscenza delle missioni che ho portato a termine. Mi sono macchiato di crimini terribili, ma era quello che dovevo fare per sopravvivere. Importante, tuttavia, è il motivo per cui ho deciso di tornare da te, Aeryth.

Durante una delle missioni che mi erano state affidate, mi sarei dovuto sostituire ad uno dei generali nanici di un accampamento. L'infiltrazione riuscì senza nessun problema, tuttavia ciò che ho scoperto mi ha sconvolto: i nani hanno deciso di organizzare una campagna di conquista della Val Tirkay. Cinque anni, prima che la distruzione invada quelle terre.

Chissà se si fermeranno solo con la Val Tirkay. Devo mettere al sicuro la mia famiglia — anche se loro mi hanno abbandonato, ora mi devo occupare di loro. Decisi dunque di tornare alla gilda per fare rapporto.

Capitolo V

Il ritorno

1480 missioni. 678 assassinii. 12 rivolte. 8 vati uccisi. Questi sono i numeri che hanno spinto il Wath a concedermi di tornare a casa per salvarti, sorella mia. Chissà se madre e padre mi accoglieranno nuovamente, nonostante quello che sono diventato. Io sarò sempre presente per la mia attuale famiglia: qualsiasi comando mi venga dato lo eseguirò, qualsiasi volto mi venga chiesto di copiare lo copierò, diventerò chiunque mi venga chiesto di diventare.

Il viaggio di ritorno durò 5 anni. Viaggiai nei territori nanici, vidi eserciti mobilitati, risorse preparate per una campagna di conquista. Secondo Kenku i nani non sono soliti muoversi in questo modo — per lui era una cosa nuova, e io rimasi stupito da questo cambio drastico nel modo di preparare una guerra da parte dei nani.

Il viaggio fu relativamente tranquillo, seppur molto lungo: i pensieri mi rendevano difficile dormire la notte. In una mattina soleggiata, in cui il cielo era terso dalle nuvole, arrivai al mio villaggio. Kenku, come suo solito, iniziò a snocciolare informazioni sulla mia gente — o meglio, sulla gente con cui sono cresciuto.

Mi trovo di nuovo di fronte alla porta, la stessa porta che è ben nitida nella mia mente. Sono pietrificato davanti alle immagini del mio passato. Non ho il coraggio di bussare.

Il viaggio con te è cominciato, e dunque non ho altro da scriverti. Sappi che ti ho sempre amato, e dare la mia vita per te è la migliore delle cose che ho fatto.

Registro del Gurth

Il conto che ha comprato il ritorno

I numeri con cui il Wath ha misurato Narkmeral, prima di concedergli il permesso di tornare a casa.

1480
Missioni
678
Assassinii
12
Rivolte
8
Vati uccisi

Vocabolario dei senza volto

Termini della confraternita

Per chi legge questa lettera senza aver mai indossato una maschera.

Querna
La confraternita dei senza volto: spionaggio e omicidio su commissione, dietro maschere identiche.
Cangiante
La razza di Narkmeral: capace di mutare volto e voce. Scoperta da Kenku al primo sguardo.
Wath
Il sommo pretore della gilda, unica voce che decide chi diventa Gwador e chi diventa Gurth.
Gwador
Il membro comune della confraternita, formato all'infiltrazione, allo spionaggio, all'inganno.
Gurth
L'élite dei Querna: chi porta la morte per conto della gilda. Un rango quasi irraggiungibile.
Kenku
Il corvo assegnato a Narkmeral come "Memoria": parla di sé in terza persona, e gli insegna a mutare.